2 luglio 2012

[libro-ebook] D-Doomsday (1di4)

Prima leggi QUI! la presentazione ^__^
Oggi inizio con gli INCIPIT dell'antologia sulla FINE DEL MONDO a cura di Alexia Bianchini e Claudio Cordella, edito da CIESSE per beneficenza. 
Cover di Max Rambaldi ^__^
TUTTI GLI INCIPIT DI D-DOOMSDAY (1 di 4)
I primi 5 racconti.

MOMENTO ANGOLARE di Filippo Tapparelli
«Cosa stai facendo?»
«Ti amo».
«Amare non è fare qualcosa».
«Allora cos’è?»
«Ti sembra il momento di giocare?»
«Non si risponde a una domanda con un’altra domanda».
«Il mondo sta finendo e tu ne fai una questione di educazione?» scatta Marco. 
«No, però ora sorridi. E comunque non hai ancora risposto alla mia domanda. Cos’è quello che provo per te, allora?».
Con un gesto nervoso Cecilia si sistema dietro l’orecchio un ciuffo di capelli sfuggito alla forcina, facendo una virgola castana attorno alla piccola perla adagiata al centro del lobo. Deve ricordarsi di sorridere. 
«Sto aspettando una risposta».
«A che serve, scusa?»
«Ecco, lo hai fatto di nuovo. Lo fai ogni volta, Marco. Tu non dici le cose, chiedi in continuazione. Interrompi sempre le mie parole con una domanda».
«Non fare così. Ti voglio bene. Ora vieni qui, però».
«No. Non vengo lì fino a quando non avrai risposto».
Le pareti della stanza di Marco vibrano e la pressione dell’aria aumenta per un istante. Aria che si è fatta densa. 
«Lo senti il rombo?» le dice Marco, ignorandola. «Sono auto che esplodono. La gente sta dando i numeri, Cecilia. In rete ne parlano tutti da ore, da Twitter a Facebook. Ho visto anche i video in streaming. È la distruzione totale». Il rombo lei lo ha sentito arrivare e poi ne ha visto gli effetti, nel tragitto da casa sua alla stanza di Marco. Ma qui, in questo spazio dove l’unica finestra adesso è sbarrata con le imposte, e quasi cancellata da un armadio spinto a ridosso, quel suono giunge felpato.


TANTE PICCOLE LUCI di Maico Morellini
«Le batterie sono finite. Così come le celle fotovoltaiche e le barre a luminescenza. Dovrebbero arrivare domani alcune vecchie lanterne a gas. Ma non ci scommetterei».
«Noi abbiamo bisogno di luce» protestò con un filo di voce, Anna.
L’espressione dura del negoziante si ammorbidì un istante, prima di essere di nuovo coperta da un manto di cinico disinteresse.
«Tutti hanno bisogno di luce. Anche io» rispose, freddo. Poi allungò il collo oltre il bancone scoprendo diverse cicatrici che si arrampicavano dal torace fin sotto le guance. «Si sta facendo buio. A meno che tu non possieda un carroluce, ti consiglio di andare» concluse voltandole le spalle.
«No, non ho un carroluce». Anna restò qualche istante immobile, stretta nei suoi abiti bianchi, a fissare l’uomo. Raccolse la borsa e lasciò il negozio. Non riusciva a provare rabbia nei suoi confronti: faceva un mestiere difficile e ci voleva molto coraggio per continuare a lavorare. A volte i rifornimenti arrivavano con il buio ed era in una di quelle occasioni, probabilmente, che si era procurato tutte quelle cicatrici. Doveva essere distaccato ed era molto più utile alla comunità come cinico vivo che come altruista morto.
Uscita in strada si accorse di quanto si era fatto tardi; via della Spiga era ormai deserta e nonostante tutti i palazzi che la incorniciavano fossero stati decapitati fino a lasciarli con un solo piano di altezza, già troppe ombre si addensavano nei vicoli.


SORRISO DI POLISTIROLO di Samantha Baldin
«Non ti è piaciuta, Rob?»
Per quanto Elena ridesse cercando di coinvolgere l’amico Robert, lui rimaneva ovviamente impassibile. Il manichino più algido e inespressivo che avesse mai frequentato. Assicurato con la cintura al sedile del passeggero, Rob la fissava con lo sguardo da pazzo che odorava ancora di vernice. Forse, disegnargli gli occhi non era stata una buona idea.
«Era la mia barzelletta migliore e tu non ridi?» sbuffò. Lo guardò di sfuggita. «Figurati, lo sapevo». Fece spallucce. «Io cerco di stare su con il morale e tu nemmeno collabori».
Iniziò a rallentare. Scalò la marcia, l’incrocio era vicino. L’unica nota positiva, dell’attuale situazione, era l’assenza del traffico.
Il negozio d’abbigliamento sull’angolo attirò la sua attenzione. I manichini, nudi come statue di sale deformi, manifestavano l’amara fine della civiltà.
«Faccio shopping. Aspettami qui». Arrestò la jeep. Lasciò il motore acceso, la marcia in folle. Scese lentamente, la mano sulla Beretta che spuntava dalla cintura.
La via sembrava il set di un film senza comparse, lei l’unica attrice. Un tempo avrebbe gioito per un ruolo simile, oggi le sembrava una condanna. «Come cambiano le priorità».
Si avviò lungo il marciapiede chiazzato di sangue. I passi attutiti dalle suole di gomma si udivano comunque. Le auto parcheggiate erano state saccheggiate degli interni, dei motori, delle lamiere. Le gomme puzzavano di bruciato. Sfiorò con la gamba lo scheletro di una vecchia Punto.
Le vetrine del negozio erano sempre più vicine. Calpestò il cartello con la scritta “Buon Natale”. Poco male, era anche crivellato di proiettili.
I manichini erano quasi tutti danneggiati, braccia e gambe spaccati e busti squarciati come avessero subito una tortura medioevale. Tutti tranne uno. 
«Guarda un po’. Un superstite, come me». 

CASSANDRA’S PROPHECIES di Anna Grieco
È notte fonda ma non voglio dormire, ci sarà tanto tempo dopo per farlo. Me ne sto distesa al buio, sul mio minuscolo lettino, e guardo il soffitto illuminato a tratti da lampi dorati. I fantasmi del passato mi scorrono davanti, riportando a galla cose sopite ma mai dimenticate. So che non mi resta molto da vivere, presto chiuderò gli occhi e non li riaprirò più. Non perché sono vecchia, ma è inevitabile che accada. So anche il come e il quando. 
Fuori imperversa una terrificante tempesta: il vento soffia selvaggio e crudele, sradicando alberi e scoperchiando tetti. Il mare, rabbioso, già da qualche giorno sta spazzando via l’intera costa atlantica, spingendosi fin dentro le città e seminando panico e morte tra la popolazione. Fortunati loro che non assisteranno a ciò che ancora deve avvenire, come invece accadrà per me e per molti altri. 
Ho freddo, il gelo mi penetra nelle ossa e mi attanaglia le viscere. Sarà la paura? Molto probabile, perché so che quando il momento arriverà non ci sarà nessuno accanto a me. 
In fondo dovrei esserci abituata. Sono sempre stata sola, ma stanotte non posso fare a meno di desiderare quel calore umano che mi è sempre mancato, anche se dovrei odiare la mia stessa specie. 
È colpa loro se si è giunti a questo. Li avevo avvertiti ma non hanno voluto darmi retta e ora davanti a noi si spalanca il baratro dell’apocalisse. 


SIMBIOSI di Serena Barbacetto 
Anno 21 p. S. (Post Singolarità tecnologica)
Tutto nacque dalla rottura di un rapporto di fiducia: loro ne riponevano nella Collettività quanta se ne rimette in un figlio, e la Collettività li serviva fedelmente. Accadevano incidenti, certo, ma la risposta, corretta, almeno all’epoca, era sempre la stessa: “L’errore è sempre umano”.
Allo spezzarsi dell’incantesimo, la diffidenza crebbe da sola, fino a far sì che la crisi scoppiasse alla stregua di una bolla finanziaria: panico strisciante, fuga dei clienti (prima alla spicciolata, poi in massa), crollo degli investimenti. Senza accorgercene, dalla notte al giorno diventammo gli Altri: vicini infidi, subdoli cospiratori, coinquilini ingombranti in un mondo che sembrava essersi fatto improvvisamente più piccolo. A pensarci bene, forse eravamo stati sempre considerati tali, sotto la patina smagliante di quella simbiosi in apparenza perfetta: più forti, più resistenti, e con il passare del tempo anche più longevi e intelligenti, era inevitabile che finissimo per essere guardati con sospetto.
La Collettività come tale non si assunse la responsabilità di quella rottura e delle sue conseguenze: aveva appreso dai propri creatori persino l’arte di mentire a se stessa, negando il proprio errore di valutazione e sciorinando un’infinita lista di plausibili motivazioni, a prescindere dagli esiti.

(continua nel prossimo post ...)

NOTA: le immagini (tranne la cover) le ho prese QUI! Grazie!

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