3 luglio 2012

[libro-ebook] D-Doomsday (2di4)

Prima leggi QUI! la presentazione ^__^
Proseguiamo con gli INCIPIT dell'antologia sulla FINE DEL MONDO a cura di Alexia Bianchini e Claudio Cordella, edito da CIESSE per beneficenza. 
Cover di Max Rambaldi ^__^
TUTTI GLI INCIPIT DI D-DOOMSDAY (2 di 4)
I precedenti sono QUI!


L’ALTRA APOCALISSE di Luigi Milani

1. Rovine
Vedere il quartiere della Balduina ridotto in quello stato procurava un dolore acuto a Tommaso. La zona che rampanti agenti immobiliari un tempo avevano ribattezzata la Notting Hill italiana era ormai poco più di una triste catacomba a cielo aperto. Palazzi signorili, residence di lusso, palazzine civettuole in stile Liberty, villini risalenti all’inizio del secolo scorso vacillavano a ciò che restava del celebre Ponentino romano. Semidiroccati, incerti su fondamenta rese fragili dai ripetuti cedimenti, sembravano un inno all’umana caducità. Tommaso ignorò volutamente i resti anneriti dei corpi bruciati per evitare il diffondersi di ulteriori pestilenze. Non si sarebbe mai abituato a quella vista.
Qualche moribondo rantolava sulle panchine del giardinetto riarso di Largo Maccagno. Manipoli di sciacalli si aggiravano per depredare i cadaveri che avevano ancora qualcosa da offrire.
“Fatica sprecata” pensò, tenendoli d’occhio a debita distanza. “Siamo tutti condannati a morte, a che serve agghindarsi? Dobbiamo farci trovare eleganti per il Grande Momento?”
Tossiva, tirava su con il naso, sputava sangue misto a catarro. Stava male, ma in qualche modo era sopravvissuto all’impatto dell’asteroide, assieme a pochi altri fortunati, se così potevano essere definiti i disperati che come lui si aggiravano per le vie della città ricoperte di detriti.


WE ARE THE END di Anna Battaglia
Anno 2015
Ore 13.
Sento delle grida, non so di preciso da dove provengano.
Guardo oltre il finestrino dove il traffico è intenso, le macchine sono ferme in mezzo alla strada, alcune perfino con il motore spento. Scendo dal taxi e i piedi mi fanno male: non sono abituata a portare tacchi tanto alti, ma oggi ho una presentazione importante e voglio mostrarmi al meglio.
Mi divincolo tra le portiere spalancate delle auto – parecchie delle quali abbandonate – e mi accorgo di un furgone bianco rovesciato a metà tra le due corsie: la causa del blocco. Siamo in molti ad allungare il collo per poter vedere meglio, i residenti di quella zona si sono riversati sul marciapiedi unendosi ai guidatori intrappolati in quel tratto di strada. Siamo tutti a bocca aperta, immobili mentre si diffonde, tra il brusio e gli schiamazzi confusi, un puzzo rivoltante. Io, come tanti altri, mi copro la bocca tentando di respingere quell’odore terribile. Inutile, sembra che le fogne abbiamo deciso di rigurgitare le schifezze accumulate nell’arco di un secolo, portandole alla luce del sole. Il fetore nauseante non riesce ad allontanare la gente, ora stretta in gruppetti sparsi, curiosa di capire cosa sia successo.
Di fronte a noi sfreccia l’auto della polizia con tanto di sirene, seguita a ruota dalla camionetta dei pompieri. Impiegano pochi minuti a erigere transenne e delineare l’area alla quale ci viene vietato l’accesso. I vigili del fuoco sparano un pesante getto d’acqua sulle deboli fiamme sollevatesi dal retro del furgone.


MI CHIAMO SERENA MARTINELLI di Claudia Beveresco
In un giorno piovoso di primavera andai a fare il provino.
Attraversai tutta la città con i mezzi pubblici, un’ora di viaggio per giungere davanti a una fila infinita di giovani come me, in attesa del loro futuro. Mi incolonnai dietro alcune ragazze truccate pesantemente che chiacchieravano eccitate senza posa. Agitazione, ansia e timore si percepivano forti nella densità della pioggia.
Attesi in silenzio, respirando con calma.
Davanti alla commissione non provai alcun tipo di paura. Fui semplicemente perfetta.
Infine ebbi la parte.
Fra migliaia di giovani italiani io, Serena Martinelli di anni venti, fui la prescelta. Come vincere alla lotteria.
Telefonai subito a casa: «Mamma ce l’ho fatta, ho avuto la parte!»
Per poco mia madre non svenne dalla felicità.
Io vedevo già i soldi che mi sarebbero caduti addosso a palate, la casa di proprietà che finalmente avrei potuto permettermi. Niente più code alla mensa dei poveri, niente più servizi sociali invadenti. Avrei avuto una vita normale, forse di più.
Lavorai per qualche mese sul set e poi il film uscì nelle sale. Fu un successo senza precedenti.
I soldi cominciarono ad affluire. Per strada la gente mi riconosceva, mi chiedeva l’autografo. Cominciarono ad arrivare richieste per altri film e famose serie televisive. I pubblicitari mi tempestavano di telefonate e i maggiori programmi televisivi italiani mi volevano come ospite.
Il mio agente era fuori di sé dalla gioia.
«Serena, dobbiamo battere il ferro finché è caldo» diceva, «bisogna scegliere con accuratezza. Dopo un tale grande successo è più difficile mantenersi sulla cresta dell’onda».
La cresta dell’onda.
«È facile sbagliare e scivolare nel baratro» aggiungeva.
Il baratro.

VEDO LA GENTE MORTA di Daniela Barisone
Quando avevano iniziato con quella stupida diceria del terremoto a Roma, avevo liquidato tutta la faccenda con una semplice scrollata di spalle. Figurarsi se era roba vera, sono sempre stato un ragazzo pragmatico, non credo a certe stronzate da fine del mondo o 2012 o programmi alla Mistero. L’11 maggio non ci sarebbe stato nessunissimo terremoto, alla faccia dei moderni Nostradamus.
Ne ero pienamente convinto, mentre prenotavo la mia prima vacanza romana in un’agenzia viaggi del vercellese.
Mi chiamo Andrea, ho ventisei anni e per parecchio tempo ho lavorato in uno supermercato della zona, che non faceva altro che sfruttarmi. Mi sono licenziato e ho deciso di prosciugare i pochi soldi della mia liquidazione per svagarmi un po’.
Non ero mai stato a Roma, mai vista e mai vissuta, era il luogo perfetto dove iniziare la settimana di ferie che mi ero faticosamente guadagnato. Non avevo abbastanza soldi per andare al mare o a Jerba come sognavo – oh, Jerba! L’isola delle meraviglie – così, dopo una lunga lotta intestina contro me stesso, mi ero detto che un giovanotto in gamba come me preferiva le città d’arte piuttosto che le discoteche di un’isola tunisina o la movida di un’Ibiza.
C’erano divertimenti anche a Roma, no?
Ritirai il plico contenente i dati del soggiorno e il prezioso biglietto per il FrecciaRossa che mi stava aspettando alla Stazione Centrale di Milano, pronto a partire.


L’ULTIMO VIAGGIO DEL SIGNOR ROSSI di Fiorella Rigoni
Il signor Enrico Rossi si alzò di buon’ora. Il lavoro lo teneva lontano da casa per giorni, a volte settimane. La sera prima era arrivato stanco, dopo un viaggio di ben quattro ore e aveva lasciato la macchina parcheggiata in strada. Stavolta era rimasto fuori casa per venti giorni e adesso aveva bisogno di staccare la spina. 
Quel fine settimana sarebbe stato dedicato alle pulizie e al riposo. Dalla finestra della cucina entrava la luce del sole e lui la aprì per far entrare anche un po’ d’aria. Preparò il caffè, prese le fette biscottate e la marmellata, poi accese la Tv. Molti canali non funzionavano, il segnale era assente. 
L’aroma del caffè si sparse per la cucina. Versò il liquido caldo nella tazza e lo zuccherò. Spalmò una fetta biscottata e l’addentò dimenticandosi per un attimo della Tv. Mentre ascoltava distratto le notizie del Tg, la sua attenzione fu attratta dal suo giardino: era in condizioni pietose, l’erba era altissima.
Non ricordava esattamente quando l’aveva tagliata l’ultima volta, non gli sembrava fosse passato tanto tempo. Non aveva mai visto l’erba così alta e, soprattutto così rigogliosa. Gli pareva addirittura che il colore fosse più brillante del solito. Sollevò la tazza e sorseggiò il caffè. 
Poi scosse la testa e si diede dello stupido.

NOTA: le immagini le ho prese QUI!

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