4 luglio 2012

[libro-ebook] D-Doomsday (3di4)

Prima leggi QUI! la presentazione ^__^
Proseguiamo con gli INCIPIT dell'antologia sulla FINE DEL MONDO a cura di Alexia Bianchini e Claudio Cordella, edito da CIESSE per beneficenza. 
Cover di Max Rambaldi ^__^
TUTTI GLI INCIPIT DI D-DOOMSDAY (3 di 4)
I precedenti sono QUI! e QUI!

IL CUBO DI CRISTALLO di Alexia Bianchini
Orde di derelitti umani si trascinavano attraverso le macerie. Scavalcando resti di corpi deflagrati, arrancavano verso la struttura inviolata divenuta luogo di culto. Dall’alto sovrastava l’ecatombe e rappresentava il paradiso in terra. Dentro il cubo di cristallo l’aria era pulita e la fanciulla, avvistabile ogni tanto, era di una bellezza disarmante con quella pelle delicata e intatta. Lo sguardo innocente e l’abito lindo ne avevano fatto un’icona. I suoi occhi lacrimavano, il volto contratto in una morsa di terrore, eppure i viandanti la equiparavano a una dea.

«Starai bene bambina mia. Clara vedrai, lì dentro sarai al sicuro».
Erano state le ultime parole di suo padre. Quanti anni avesse allora faticava a ricordarlo, il computer interno alla prigione di cristallo diceva che erano trascorsi sei anni, quindi a quei tempi ne aveva avuti all’incirca otto. A malapena una bambina, ancora incapace di comprendere e decidere. Forse, se avesse saputo cosa le sarebbe aspettato, non avrebbe mai permesso al padre di rinchiuderla in quella dannata galera, in compagnia del nulla.
L’atroce silenzio le rimbombava nelle orecchie. Faceva sanguinare gli occhi, torturati dalle immagini riversate dalle pareti trasparenti che serravano la dimora inaccessibile. Fuori regnava il delirio, l’apoteosi del male.
L’umanità stava subendo, incapace di fare alcunché, la violenza della natura che, furiosa, aveva deciso di reagire, rivoltandosi contro l’uomo, l’unico vero colpevole e artefice della disfatta del pianeta Terra.

APOCALYPSE MIND di Paola Boni
Bip…bip... bip…
Fu quel suono a svegliare Nathan, quel bip improvviso che gli fece spalancare gli occhi di colpo, urlando.
Spaventato e confuso si alzò a sedere di scatto cercando di controllare il respiro affannoso e i battiti impazziti del cuore.
Aveva la bocca secca, gli occhi bruciavano. Cos’era successo? Dove si trovava?
Si bloccò facendo respiri lenti e profondi. «Non è possibile» sussurrò quando finalmente riuscì a vedere ciò che lo circondava e l’angoscia iniziò a farsi strada dentro di lui. «Non può essere vero».
Fissò con occhi sgranati una devastata New York dove grattacieli collassati sembravano scheletri dilaniati di antiche creature ormai estinte. Il cielo era ricoperto da nubi cariche di pioggia e ovunque piccoli incendi illuminavano le macerie di una luce spettrale.
Poi c’erano i cadaveri, decine e decine di corpi straziati riversi in strada e tra le macerie.
Mentre il suo cervello cercava di elaborare quelle immagini agghiaccianti un solo pensiero riuscì ad attraversargli la mente: quella era la fine del mondo. Poggiò una mano a terra per mettersi in piedi imprecando quando sentì una sostanza appiccicosa tra le dita. Si guardò il palmo e la sostanza nera e densa che lo ricopriva. Il suo odore metallico lo trafisse costringendolo ad arricciare il naso.

JERICHO di Diego Bortolozzo
Non so cosa sia successo. Forse un attacco terroristico, forse un incidente, certamente non si è trattato di un’esplosione nucleare, altrimenti le radiazioni ci avrebbero già uccisi tutti.
Forse la causa è il vicino polo chimico. Deve essere accaduto nella zona industriale.
Attacco o incidente? Nel dubbio, la prima cosa che ho fatto è stata quella di prendere l’arma dallo scatolone sotto il letto. Per fortuna non l’ho venduta, come avevo pensato di fare tempo fa, ho idea che mi sarà utile nei prossimi giorni. La pulisco per bene (è stata ferma per anni) e conto i colpi a disposizione: cinquanta proiettili calibro 40 Smith & Wesson. Devo farmeli bastare.
Ho riempito tutte le pentole, i bicchieri, le ciotole e i contenitori di casa con l’acqua potabile che ancora esce dai rubinetti. In bagno ho cercato di riempire anche la vasca, prima che i rubinetti restino a secco.
In strada si sentono spari, sirene, urla. Anche nel palazzo sta succedendo qualcosa, non posso uscire ora.
Prendo carta e penna, cerco di ricordare cosa ho in garage, cosa può servirmi. Scatolame vario, attrezzi, corde, vestiti invernali. Non so quanto dovrò stare chiuso in casa, meglio pensare a quest’inverno. Cos’altro?
Devo assolutamente uscire, recuperare il materiale e cercare qualcosa da mangiare al supermercato sotto casa, prima che lo saccheggino completamente.

CARGO CULT di Claudio Cordella
Paula li aveva sognati anche quella notte. 
Non era una novità, ormai accadeva sempre più spesso. Ogni volta che succedeva, quando si svegliava alla luce del sole che penetrava in ogni anfratto, alzava subito gli occhi al cielo in cerca di un qualche segnale della loro presenza. Questa volta si erano insinuate nei suoi sogni una dozzina di astronavi lunghe chilometri, aveva visto strane balene cibernetiche librarsi al di sopra di quel che rimaneva delle maggiori città del mondo, come fossero foglie secche d'autunno trasportate dal vento. 
Paula aveva sorvolato con la mente New York, aveva visto i resti dell'inutile diga monumentale eretta contro l'avanzare dell'Oceano Atlantico, i tetti dei grattacieli spuntavano dai flutti del mare come tante isole separate da vie trasformate in canali. Nel sogno aveva osservato la gente riunirsi, affollando i tetti come fossero tante piazze. Migliaia di persone indicavano il cielo con la bocca aperta, rimanendo lì a occhi sgranati, stupefatti come bimbi, urlando di gioia per l'arrivo della salvezza così a lungo attesa. Poi, come sempre accadeva, l'illusione era cessata e Paula si era risvegliata.
In qualche maniera, nonostante gli scuri corazzati anti-terrorismo, l'abbacinante luce del giorno riusciva sempre a far irruzione nella sua camera da letto perennemente disordinata. Il mattino bussava con prepotenza alle sue palpebre per svegliarla. L'aria era immobile, immota come acqua stagnante e non c'era un millimetro di pelle del suo corpo che non stillasse sudore. Le coperte del letto erano intrise dei suoi umori. 
La suite del locale hotel Hilton, era satura dell'odore del suo corpo. Avrebbe avuto bisogno di farsi una doccia, ma aveva paura di sprecare l'acqua, liquido troppo prezioso per esser gettato via per pulire l’epidermide. Da diversi mesi si era rassegnata a strofinarsi con la sabbia, praticamente ridotta al livello di un Fremen di Dune. Il guaio era che il giorno successivo il mare avrebbe potuto ricominciare a muoversi, avanzando o ritirandosi ancora. 
Non per niente i giornalisti l'avevano chiamato Oceano Mobile, un nome che Paula aveva sempre trovato azzeccato, capace di cogliere la mutevole essenza di quella nuova entità geografica nata da violenti, quanto imprevedibili, cambiamenti climatici.

IL FANTASMA DI MADRE AMERICA di Valentina Di Martino
Questa è l'ultima strada che porta al paese. L’unica rimasta pulita, la cui terra battuta si stende uniforme. Ci sono chiazze rosso scuro a interromperne la monotonia. Questa è la strada che ogni giorno percorrevo per ritirare la posta dalle mani di John. La strada che percorrevano i miei figli correndo verso il pulmino che li avrebbe portati a scuola e che li riportava dritti tra le mie braccia per nuovi giochi tra l'erba e le favole della buona notte.

Ora, per quel che mi riguarda, potrebbe anche essere completamente lastricata di tizzoni ardenti. Dopo tutto, è solo questione di scegliere quando, non se morire. 

Da ogni dove si levano gemiti come un unico e ininterrotto respiro trattenuto. Me ne resto seduto in bilico sui gradini di una casa, quella che era stata la nostra casa. Dondolandomi su uno scalino in una danza zoppa, avverto pensieri privi di sostanza levarsi come vapore di rugiada dall’erba del mattino. 
Ci sono urla, lamenti e un’insopportabile puzza di marcio. È lo stesso nauseabondo odore che quelle creature paiono sentir provenire da me. Giudicato anche da quelle creature immonde, oltre che da Dio, non posso fare altro che cominciare a pensare al mio passato.

Erano gli anni Settanta, all'epoca non pensavo ci potesse essere un futuro, le pasticche e la droga in vena facevano apparire il presente un momento infinito.
Poi quel periodo era passato, eppure le mie colpe mi raggiunsero con mani adunche e invasate. Credevo di aver sconfitto i miei demoni abbracciando la fede in Dio, ma riemersero con violenza, prima nella malattia e poi con questa piaga.

NOTA: le immagini le ho prese QUI!

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