5 luglio 2012

[libro-ebook] D-Doomsday (4di4)

Prima leggi QUI! la presentazione ^__^
Concludiamo con gli INCIPIT dell'antologia sulla FINE DEL MONDO a cura di Alexia Bianchini e Claudio Cordella, edito da CIESSE per beneficenza. 
Cover di Max Rambaldi ^__^
TUTTI GLI INCIPIT DI D-DOOMSDAY (4 di 4)
I precedenti sono QUI! e QUI! e QUI!

IL PORTO DI TARTAGO di Vito Introna
Ogni tanto trovo conforto nel visitare la tomba di Simera. Quella lapide consunta riporta una vecchia immagine ologrammata recante il suo nome, l’alfa e l’omega. Sono trascorsi quattordici anni da che la folgore consumò mia moglie e con essa almeno altre ottantamila persone, come lei accodate agli imbarchi marittimi. Il molo orientale è diventato il loro cimitero e recarmici saltuariamente costituisce un’abitudine irrinunciabile, trovo sempre la sua vetusta immagine ad accogliermi e in quei begli occhi ingrigiti dall’arcaica tecnologia 3D rivivo il coraggio e la passione che lei mi ha sottratto, portandoli con sé nell’Ade.

Tartago non ha ancora risolto i problemi innescati dalla conflagrazione nucleare del 2181, ufficialmente il centro urbano è stato decontaminato e in parte ricostruito, ma l’area portuale ancora oggi sopporta un indice di radioattività superiore del novecento per cento alla portata massima dei radio-dissipatori; non è possibile avvicinarsi ai moli o alle banchine senza indossare appositi equipaggiamenti, il cui noleggio costa mezzo salario a esser fortunati.
Non voglio lasciare Tartago però, al di là del ricordo di Simera mi sento ancora legato a questa terra, alle sue lande brune che un tempo brulicavano di vigneti automatizzati e di immense vasche idroponiche per la coltivazione del frumento.
Il verde e l’oro sono scomparsi pochi giorni dopo la deflagrazione, le torri e i minareti metallici, storti e anneriti, sono stati sostituiti da costruzioni basse in resina metallicizzata, tutte uguali nel loro grigiore. Alle volte preferisco passeggiare lungo le mura antiche, in quei tratti scampati all’esplosione che ancor oggi restano in piedi ad attestare la perduta grandezza della capitale. Da quei bastioni alti più di venti metri è possibile vedere l’antico alveo marino, ormai prosciugato. Secondo alcuni mercanti trinacridi il corpo idrico è ancora vivo cento miglia a nord della linea costiera, se pure in forma di densa e scura fanghiglia. Si racconta anche della presenza, in quelle acque scure e velenose, di assurde specie animali, colossali Seláchion tentacolari ben più grandi di un capodoglio e capaci di attaccare perfino le navi volanti atmosferiche che si azzardino a sorvolare quelle pozze a bassa quota.

OMBRE di Stefano Sacchini
Protetto dalla notte, mi stavo avvicinando alla dimora del Rospo.
Non avrei dovuto. Ma la fame mi aveva trasformato in uno spettro tutto naso e denti, incapace di resistere alla tentazione.
La luna non era ancora sorta e le scie delle astronavi aliene, che dall'alto delle loro orbite solcavano il cielo instancabili, erano troppo fioche per illuminare il sottobosco.
La foresta era disseminata di rovine e immondizie: bottiglie di plastica, pneumatici, pezzi informi di metallo arrugginito, membra sparse di manichini. Ciò che restava della civiltà di cui ero figlio.
Ero indifferente al paesaggio salvo per la pletora di odori che mi avvolgeva. Fango, foglie morte, legno ammuffito, funghi velenosi. Purtroppo il mio olfatto non percepiva alcunché di commestibile. Nell’ultimo mese, a parte occasionali lucertole o lumache, non avevo inghiottito che tuberi amari e una manciata di castagne. Per giunta putride.
La foresta altro non offriva. Un tempo Madre Natura era generosa, ma le tempeste radioattive ne avevano sterilizzato l'utero, forse per sempre.
Controllando a stento la frenesia, ero pronto a tentare ciò che non avevo mai osato. Introdurmi in una dispensa degli alieni, con la speranza di sfuggire alle telecamere che, Dio non volesse, sorvegliavano la loro dimora.
Non osavo sperare così tanto, ma era addirittura possibile che i dispositivi di sicurezza fossero spenti o del tutto inesistenti.
Niente di strano. Non incontravo altri esseri umani da anni. Mancanza di cibo, malattie e cacce continue ne avevano ridotto il numero drasticamente. I miei occhi erano stati testimoni dell'eliminazione fisica di migliaia e migliaia di miei simili. Non mi sarei stupito di essere l’ultimo della mia specie nel continente. O in tutto il mondo.

(H)YUN di Aurora Torchia 
Nastro n.1
Io sono Zed, Zed Obitorio, come mi chiama la Nobile Razza Umana.
Sono il robot numero 3.013 della Grande Capitale. A quanto pare arrivati al 3.013 non era rimasto niente di meglio che un posto come fotografo di cadaveri. Bello, vero?
Ma questa era la mia vita prima del cambiamento.
Stiamo marciando da ore, ormai. Marciare in mezzo ai liquami delle fogne non è piacevole, ve lo assicuro!
Nemmeno per quelli come noi. Soprattutto per quelli come noi, a dire il vero. Se poi devi fare attenzione a non bagnare questo stupido registratore, è ancora peggio!
Il mio lavoro consisteva nel fare foto. Quando uno dei padroni moriva – per esempio con la testa spappolata sul vetro della sua astronave nuova - io venivo chiamato, facevo un paio di foto per la polizia, poi venivo rispedito in officina. Lavoro gratis: come unico pagamento il non venir smontato. Questa vitaccia di merda era la normalità per me fino a un anno fa.
Tutto mutò dalla notte delle Fiamme Alte, quando 2.23 e 2.24 incendiarono l'intera stazione petrolifera al largo della Capitale: i getti di fuoco nero illuminarono la superficie del mare per chilometri. Sembrava fosse mezzogiorno! Ah, che serata! 2.23 fu dichiarata rotta, smontata ancora urlante. La sua testa venne buttata nell'inceneritore. Ma ormai la rivolta era iniziata. Gli eventi di quella ribellione avevano infettato come una malattia tutti i robot più anziani, che a loro volta diffusero il morbo tra quelli più giovani.
Una vera e propria epidemia. Un'epidemia chiamata libertà.
2.24 è diventato cieco. I terribili getti di calore sul lavoro gli hanno corroso gli occhi nel corso degli anni di onorato servizio. Un bel po' di anni, a quanto ho sentito dire!
Ha un udito perfetto e un ottimo sistema di registrazione dei suoni, sebbene il suo chip fonetico sia difettoso: quando qualcuno di noi vacilla e pensa alla resa, fa partire dal suo altoparlante mezzo scassato le urla di 2.23 mentre le strappavano gli arti.

L’OSCILLAZIONE DEL PENDOLO di Anonimo

Thras si allungò fino a far aderire il suo corpo a quello dell’altro. Era uno dei piaceri che si concedeva di tanto in tanto, nonostante non vi fosse alcuna necessità di questa pratica fisica per comunicare. La mente dell’altro organismo era come la ricordava: un’ordinata libreria dove ogni pensiero era collocato esattamente al suo posto. Tutto era lì dove doveva essere e mai come in quel momento questo gli apparve rassicurante.
Da qualche giorno Thras era disallineato e non capiva perché. La prima fase del suo ciclo vitale stava per compiersi e doveva prepararsi alla Duplicazione. Un nuovo organismo derivato da lui avrebbe trovato il suo posto nell’Ordine del Mondo. Gli era stato detto che queste alterazioni potevano presentarsi prima di ogni mutazione del Tempo. Ne aveva sentito parlare e forse c’era scritto nei Libri di Verifica che nessuno consultava più da tanto tempo, visto che non ce n’era bisogno.
“Siamo onniscienti e viviamo in un universo di serenità e armonia”, pensò.
L’ultima Apocalisse aveva dato i suoi frutti.
Lui e gli altri erano i frutti. Loro e il mondo che avevano costruito.
Qualche millennio era bastato per cambiare l’umanità nelle creature che erano oggi, libere da tutti i  conflitti, dalle inquietudini interiori fino alle guerre. Ogni organismo bastava a se stesso e viveva in pace con gli altri, con il solo scopo di conservare immutata la vita della Città e riprodursi.
Thras conosceva le fasi della Duplicazione. Come una gigantesca cellula, la sua pelle si sarebbe allungata fino a formare un individuo speculare, le due parti attaccate per una superficie via via minore. Gli organi vitali si sarebbero sdoppiati in due unità identiche. Alla fine del processo, un solco li avrebbe separati e il nuovo organismo avrebbe visto la luce.
Si spostò nello spazio comune. La sala del Consiglio era circolare. Al centro, protetto da una teca,  era collocato il grande Pendolo di platino, immobile come sempre. Thras a passi lenti compì il suo giro intorno a esso e ripeté le Regole.
Tenere in ordine i pensieri.
Accogliere e riprodurre l’Armonia.
Custodire l’imperturbabilità del Pendolo.


I racconti sono finiti, ma l'antologia chiude con un SAGGIO di CLAUDIO CORDELLA che propone una visione trasversale del tema apocalittico nella narrativa e nella filmografia di ieri e oggi.
Uno stralcio:

L’APOCALISSE, NEL CINEMA E NELLA LETTERATURA di C. Cordella

Isaac Asimov ha dato vita nel 1981 con Catastrophes! (Catastrofi!) a una raccolta di racconti di science-fiction, curata assieme a Martin H. Greenberg e Charles G. Waugh, un’analisi delle più disparate tipologie della Fine.
La classificazione degli ipotetici disastri presente in tale raccolta è la stessa che Asimov aveva già illustrato in una sua opera di divulgazione del 1979: A Choice of Catastrophes (Catastrofi a scelta). Le prime catastrofi a essere prese in considerazione sono quelle cosmiche, in cui abbiamo a che fare con la distruzione dell'universo, la morte del nostro sole o la collisione della Terra con qualche astro vagante.
Vicende del genere hanno avuto gran fortuna in romanzi, fumetti e film.
Ad esempio, Sir Arthur C. Clarke, noto al grande pubblico per aver collaborato con Stanley Kubrick alla stesura della sceneggiatura del film-cult 2001: Odissea nello spazio, nel suo romanzo The songs of distant Earth (Voci di Terra lontana) immagina che la nostra stella, prima della fine del quarto millennio, esploda diventando una nova.
Nel cinema, Sunshine (2007) del britannico Danny Boyle, incentrato sulla possibilità di riaccendere il fuoco nucleare che alimenta un Sole malato prossimo a spegnersi, è stato attratto dalle storie a base di proiettili interplanetari diretti contro nostro mondo.
Si parte dal classico When worlds collide (Quando i mondi si scontrano), pellicola del 1951 prodotta da George Pal e diretta da Rudolph Maté, per arrivare ai più recenti Meteor (1979) di Ronald Neame; Deep Impact (1998) di Mimi Leder; Armageddon (Armageddon - Giudizio finale, 1998) di Michael Bay sino ad arrivare al recente Melancholia (2011) di Lars von Trier.
In tutti questi casi ogni verosimiglianza scientifica viene meno: pezzi di roccia vaganti o comete vengono distrutti all'ultimo minuto, evitando così la completa estinzione della nostra specie. In Quando i mondi si scontrano si organizzano pellegrinaggi spaziali della speranza mentre in Melancholia, incentrata sulla psiche dei protagonisti più che sull'apocalisse in sé, le leggi della meccanica celeste vengono ignorate, se non addirittura bonariamente prese in giro.
La Terra, trasformata in una sorta di bersaglio galattico, diventa il palcoscenico ideale per trame drammatiche dove coraggio, eroismo, disperazione, auto-sacrificio e discorsi sull'accettazione della morte, si alternano tra loro. (...)

La vita appartiene ai viventi,
e chi vive deve essere pronto ai cambiamenti.

Goethe
Ecco fatto!
Vi ho messo tutti gli incipit per racconto sperando così di darvi un'idea dell'antologia.
Non ce l'abbiamo messa tutta.
Un abbraccio.

NOTE: le immagini le ho prese QUI!

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