29 aprile 2017

[ebook free] Dottor Jack/Le figlie dell'Arca - steampunk horror scifi (segnalazionex2)

cover Dottor Jack
Segnalazione: ho pubblicato negli ebook GRATIS il mio racconto "Dottor Jack" sperando di farlo conoscere a tutti coloro che non l'avevano letto anni fa. E' la mia personale genesi del mito di Jack, il saltatore o Spring-heeled Jack, personaggio della Londra vittoriana.
Lo trovate anche nell'antologia "Trekkie of Mars 1- Literary Abduction" è uno dei racconti che Carlo legge all'amico Renzo.

Incipit
Jack afferrò la borsa medica che aveva in terra, vicino alla gamba. Mosse un passo.
La donna passò il braccio sulla fronte. Si alzò rasentando la parete. Pochi respiri e si avviò trascinando i piedi. Girò l’angolo senza voltarsi.
Jack si precipitò sul piccolo. Era un prematuro, sulla schiena c’erano delle chiazze scure. Le braccia erano minute e una più corta dell’altra. Toccò col dito il cuore sentendo delle leggere pulsazioni. Era vivo, ma sifilitico; come supponeva, la donna era ammalata.
Aprì la borsa, estrasse un panno con i ferri chirurgici. Tagliò il cordone ombelicale liberandolo dalla sacca. Prese il barattolo di vetro contenente la formaldeide e lo depose dentro. Per un breve istante, il forte odore di acido coprì il puzzo del sangue misto liquido amniotico. Mise rapido il barattolo nella borsa e la chiuse.
Jack osservò il piccolo. Era condannato, ma lasciarlo a quel modo gli sembrò disumano. Stava per avvolgere il corpicino in un panno, quando fu scaraventato a terra. Si ritrovò la donna a cavalcioni, mentre lo schiaffeggiava mostrando i denti marci.
Jack tentò di allontanarla. Le afferrò le mani, ma la donna lo morse al braccio. Gridò un istante per poi mollarle un pugno in faccia. La donna cadde all’indietro.
Osservò l’avambraccio, mancava una parte della pelle laddove c’era la ferita che grondava sangue.
La donna si copriva il volto con le mani. Poi, lo fissò con gli occhi sgranati, gli si lanciò addosso con le braccia tese gridando come una pazza invasata.
Jack la colpì allo stomaco. La donna indietreggiò, scivolò sul sangue e cadde malamente in terra. Picchiò la testa e svenne.
Jack cercò la borsa ansimando trovandola poi dove l’aveva lasciata. Il piccolo però non c’era più. Da sotto la schiena della donna emersero sottili rivoli di sangue che s’insinuarono tra le giunture dei sassi.
La morte per quell’innocente era giunta malsana come la nascita.
Jack si alzò, prese la borsa e si avviò a capo chino. Si strinse nel mantello nero e s’incamminò lungo il vicolo con lo strazio nell’anima: Dio non si cura di Black Hole Street.
Percorse le vie deserte e infangate sentendo quanto fosse moralmente pesante la borsa e al contempo quanto fosse a senso unico la sua strada; senza sbocchi, senza bivi, Jack poteva solo andare avanti zoppicante con i suoi fardelli. 

Nota: c'era stato molto studio, anche se non sembra, ma è un personaggio leggendario al pari del più "commerciale" Jack lo squartatore. In realtà, Jack il saltatore, o l'uomo diavolo, sono coesistiti oppure erano la stessa figura. Chissà. Rimane il fatto che ho inserito e riportato cenni storici così come il titolo che cita il ragazzo dei giornali. Spero vi piaccia.




Altro racconto che ho pubblicato, ma a euro 0,99, è "Le figlie dell'Arca", eccovi la cover nuova.


Anche questo lo travate nell'antologia "Trekkie of Mars 1- Literary Abduction". 
Parlare di questo racconto senza fare spoiler, non è facile motivo per cui ho preferito inserire una frase che ho riportato anche come trama.

"Ogni tanto una ragazza si sveglia su una spiaggia.
Non ha indumenti, non ha ricordi.
Qualcosa in lei la spinge a camminare.
Presto, un’idea la sosterrà per dare 
una nuova speranza al mondo."

E' un post apocalittico con ibridi, una nuova razza che popola il pianeta mentre gli uomini sono in balia della pazzia e ostentano solo il marcio della vecchia società. Ma il pov appartiene a Arca, in apparenza una donna, in realtà ha un codice sulla nuca C17K44F208 che rappresenta vita o morte a seconda della sua scelta e del suo imprinting

Incipit
Lungo la strada ammorbata dalla cenere, la ragazza si arrestò. Il vento trasportava un odore pungente, insolito. Non naturale. Del fumo ombroso oscurava l’orizzonte.
Meno di un chilometro, pensò togliendosi dalla strada.
Andò a ripararsi tra gli alberi scheletrici che la orlavano. Pose a terra lo zaino gonfio e sporco. Si accucciò pronta a scattare come una bestia che attende il passaggio della preda. Si levò il cappuccio, il mantello l’avvolgeva fino a terra. La testa era fasciata da bende chiazzate di sangue. Occhiali circolari, fermati da una cinghia di cuoio, le proteggevano la vista.
Le dita callose spostarono la benda di cotone consunta che le copriva mezzo volto. Labbra grinzose si aprirono febbrilmente al tocco della borraccia. Solo un sorso, lento e sofferto.  Morse decisa un pezzo della striscia di carne salata, l’ultima del pacchetto; il sapore era sempre quello amaro dell’incertezza.
Prese dalla tasca interna del giubbotto un libro protetto da una plastica trasparente. La copertina era macchiata. Il volto che raffigurava, talmente graffiato da rendere impossibile un ipotetico riconoscimento. Le pagine lungo il dorso sembravano linee curve tracciate da un ubriaco e gli angoli parevano dei ribelli che la plastica a stento domava.
«La nuova speranza» sussurrò leggendo il titolo, purtroppo l’autore non c’era. «Devo trovare l’autore, lui saprà la verità» bisbigliò ondeggiandosi col busto. «Lui aggiusterà tutto.»
Ignara del motivo della sua stoica convinzione, sapeva solo di essere priva del dubbio, tanto da avviarsi al crepuscolo senza indugio.
S’inerpicò su di un avvallamento, prese il binocolo a infrarossi dallo zaino e iniziò a osservare il luogo d’origine del fumo nero: un centro abitato.
Si ritrovò a scrutare una piana desertica. Numerose costruzioni in cemento del mondo dimenticato erano state preservate.
La via principale era ben tenuta e tagliava di netto la cittadina. Una robusta palizzata percorribile per intero circondava tutto. Vecchi autobus e camion erano stati corazzati con lamiere e ben armati. Da alcuni finestrini fuoriuscivano le canne di mitragliatrici già posizionate e pronte a far fuoco. Riconobbe un M134, una Minigun calibro 7.65 a canne multiple, proprio a guardia dell’unica via d’accesso alla cittadina.
«Non scherzano affatto.» Cambiò la modalità del binocolo da infrarossi a termica. Alcuni abitanti erano più caldi di altri e raggiungevano i trent’otto gradi. «Ibridi. Maledizione!» spense il binocolo e lo ripose nello zaino. «Non ho altra scelta.»
Si avviò nuovamente, ma non fece in tempo a avvicinarsi entro i cento metri, che alcuni della ronda l’accolsero puntandole i fucili; non li aveva nemmeno uditi e le si erano avvicinati silenziosi come felini.
La ragazza si arrestò insieme al suono metallico del colpo messo in canna e alzò le braccia.
«Un’umana sola. Sei infetta o sei pazza?» le chiese quello che imbracciava la doppietta, un Winchester .458 Magnum. Gli occhi con l’iride ingrandita riflettevano la ormai flebile luce. Il resto del massiccio corpo dell’ibrido, alto due metri, era coperto da robusto cuoio.
«Vai a caccia grossa?»
«Rispondi o ti faccio saltare la testa.»
«Non sono infetta. Non sono nemmeno pazza» precisò. «Sono in viaggio da tempo. Sto cercando una persona. Le mie ricerche mi hanno portata fin qui. Questo è tutto.»
«Il nome della persona che cerchi, subito.»
«È l’autore del romanzo la nuova speranza, lo conoscete?»
A quel titolo, il cacciatore abbassò leggermente la doppietta.
«Ambel! Labe’ sciama to driz!» esclamò in un’altra lingua quello alle sue spalle. «Sciama to Kahal!»
Ambel, quello con la doppietta, annuì. «Sciame’ to Kahal» disse. Poi, con la testa indicò verso la porta d’accesso da poco illuminata con imponenti fiaccole. «Muoviti, femmina! Ti portiamo a parlare col nostro driz, il nostro capo.»
«Grazie.»
S’incamminarono.
Dinanzi all’ingresso, la ragazza fu privata dello zaino e perquisita.
Ambel le sfilò il panabas con lama ricurva dal fodero che teneva in vita, la sua unica arma. Lo pose sul tavolo ammirandolo come fosse una reliquia: la lama da sessantacinque centimetri, il manico di legno duro rinforzato con anelli di bronzo all’altezza del codolo, ma soprattutto il doppio taglio.
«Se mi aiuti a trovare l’autore, te la faccio provare» scherzò lei.
Ambel la guardò storto. «Sono molto rare. Non di facile utilizzo. Sai cosa capisco dalla tua arma?» Non la lasciò rispondere e le puntò nuovamente il fucile in faccia. «Che dobbiamo perquisirti meglio. Ho un dubbio.»
«Te lo tolgo subito» ribatté lei iniziando con l’abbassarsi il cappuccio e gli occhiali. Si liberò il volto. Infine, levò le bende lasciandole scivolare a terra. Mostrò la testa del tutto priva di capelli e altri peli. Poi, l’inclinò verso il basso per mostrare il marchio alfanumerico che aveva sulla nuca: C17K44F208. «Sono una figlia dell’Arca» precisò così da togliere ogni dubbio.
Le sentinelle e Ambel ringhiarono come animali inferociti.
«A terra. Ora! A terra, ho detto!»
La figlia dell’Arca obbedì. S’inginocchiò con le braccia alzate, subito dopo si mise prona. La guancia destra e i palmi delle mani poggiarono sul terreno sabbioso.
«Non voglio problemi» avvisò. «Cerco solo l’autore.»
«Sei tu il problema» sentenziò Ambel per poi legarla mani e piedi. La trasportarono con un palo come una preda fin dal loro driz attraversando delle vie secondarie e ben protette e accedendo a una struttura dove i vetri erano stati sostituiti da imponenti lastre di ferro.

Ecco qui.
Spero vi piacciano.
Prossimamente altri due racconti per poi avviare la pubblicazione di inediti, in inverno.
A presto.

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